Nel giardino sonoro di Pinuccio Sciola

La voce del polistrumentista Gavino Murgia e il fuoco tra i monoliti

“Dietro ogni angolo, dietro ogni pietra di questo meraviglioso giardino c’era una sorpresa, una storia da raccontare e aveva una pietra da farmi sentire e una sonorità diversa, una modalità diversa nell’accarezzarla, nel percuoterla, nel suonarla. Abbiamo fatto tante cose insieme, in giro per la Sardegna, per l’Italia, per l’Europa e quindi abbiamo condiviso tanti momenti meravigliosi. Io ho imparato tantissimo da lui. Pinuccio è espressione diretta della pietra. Lui era, è un artista straordinario, senza tempo e ha lasciato un’impronta straordinaria, incredibile. Una modalità primordiale, usare la pietra come un litofono. Forse nella preistoria il primo strumento utilizzato dall’uomo a parte la voce, è stata la pietra”. 

(Gavino Murgia ricorda l’amico Pinuccio Sciola, il maestro delle pietre sonore, 29 maggio 2022 Festival Sant’Arte, San Sperate)

Le sculture del Giardino Sonoro di Pinuccio Sciola, a San Sperate (Sardegna)
(Gavino Murgia ricorda l’amico Pinuccio Sciola, 29 Maggio 2022 – Ascolta l’audio)

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Una chiacchierata con… i Bertas!

Nello studio dei Bertas (ph. Luciana Satta per rivista “Ieri Oggi Domani”)

Articolo pubblicato il giorno 14 febbraio 2022 sul numero 31 della rivista “Ieri Oggi Domani”. È il frutto di una bella chiacchierata che ho avuto l’onore di avere con i Bertas nel gennaio 2022. Un lungo racconto per aneddoti, un’altra storia scritta che ho fissato nella mia agenda e nel mio recorder ma, soprattutto, nella memoria.

Nello studio dei Bertas (ph. Luciana Satta per rivista “Ieri Oggi Domani”)

Grazie alla mia redazione, a Benito Olmeo, amico e instancabile sognatore, a Francesca Arca, Daniele Dettori, alla rivista “Ieri oggi Domani” che racchiude tutto ciò che sono e che amo fare: esprimere me stessa raccontando storie.

Grazie al caro Franco Castia, ai Bertas, Mario Chessa, Marco Piras, Enzo Paba , fuoriclasse della musica, Signori di altri tempi.

Se vi fa piacere, potete leggere il mio articolo qui: https://www.bertas.it/category/press/

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Sassari degli antichi mestieri femminili

La fontana di Rosello

La fontana di Rosello
ph. Luciana Satta

di Luciana Satta

È il simbolo della città e dell’identità popolare sassarese. Un luogo da preservare che racconta un passato che esiste solo nella memoria. Dalla lunga rampa di scale settecentesca che fiancheggia la Chiesa della Santissima Trinità le donne scendevano in gruppo, intonando i canti popolari. Poi raggiungevano il Lavatoio, adiacente alla storica Fontana del Rosello, per raccogliere l’acqua con le brocche e per lavare i panni. Quello delle lavandaie (“labadóri”) non era un semplice e faticoso mestiere femminile, svolto dalle madri e dalle figlie, o dalle professioniste, spesso nubili o vedove, che venivano retribuite dai signori per fare il bucato. E la valle del Rosello era l’essenza dell’identità popolare. Era un luogo dove si instauravano relazioni sociali e dove, per tutto il Medioevo e i primi anni del Novecento, gli acquaioli, i trasportatori di acqua (“carraióri”) si ritrovavano per attingere l’acqua per poi trasportarla nelle case servendosi degli asini e di appositi contenitori detti “mizini”.

Veduta dal ponte di Rosello. Ph. Luciana Satta

Il Lavatoio è il simbolo della città di Sassari, insieme alla Fontana del Rosello. Si trovavano fuori dall’antica cerchia muraria della città. Oltre a rispondere alle esigenze di vita quotidiana, furono e restano opere monumentali di inestimabile valore e fascino.

Video Turismo Sassari

Della Fontana si ha testimonianza già nel 1295: negli Statuti sassaresi veniva chiamata Gurusele o Gurusello. È un monumento unico in Sardegna, costruito secondo lo stile tardo-rinascimentale, opera delle maestranze genovesi che lo realizzarono tra il 1603 e il 1606. L’acqua sgorga copiosa dalle dodici bocche (“cantaros”), otto maschere leonine e quattro teste di delfino, e dalle statue che rappresentano le quattro stagioni, collocate ai quattro angoli. Ercole con la pelle del leone, l’autunno, il vecchio che dorme, l’inverno, la fanciulla con una ghirlanda fiorita, la primavera, la donna con un fascio di spighe, l’estate. Insieme all’acqua erano l’espressione allegorica dello scorrere del tempo. In alto le torrette e i due arconi incrociati sulla Fontana sostengono la statua del martire turritano San Gavino a cavallo, copia dell’originale.

San Gavino a cavallo. Fontana di Rosello. ph. Luciana Satta

L’esistenza dell’antico Lavatoio è invece documentata in un’incisione del 1849. Si sviluppa in lunghezza ed è caratterizzato dalle due lunghe vasche con due canali ai lati, che fanno defluire l’acqua in un condotto scavato nella roccia. In passato la  copertura a capriate di legno non esisteva. Fu costruita nel 1905, per riparare le lavandaie dalle intemperie. Loro portavano i panni nelle ceste e, giunte al Lavatoio, passavano sui tessuti il detergente che un tempo veniva utilizzato per sgrassarli e disinfettarli, la lisciva, ricavato dalla cenere del camino. Altre volte, utilizzando grasso animale o vegetale, realizzavano il sapone.

Quindi strofinavano i panni e li battevano sulla pietra, li strizzavano aiutandosi a vicenda e li mettevano ad asciugare. Attraverso “li ciarameddi”(i pettegolezzi), le donne si raccontavano gli avvenimenti che coinvolgevano la comunità ma, soprattutto, trascorrevano il tempo in compagnia, alleviando così le fatiche di un lavoro molto duro.

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C’era una volta la nostra colonna sonora

“Ennio: The Maestro” di Giuseppe Tornatore

Quella musica che ti costringe a guardare dentro te stesso

di Luciana Satta

Un tuffo nella memoria. Immergersi in un mondo sconfinato che racconta di me, di te, di tutti noi. Quello che siamo stati, quello che siamo e chi saremo poi…

È la nostra infanzia, è quel film che sentivi in sottofondo quando gli adulti restavano ancora in piedi, a tarda sera, a guardare l’ultimo film alla televisione. E tu dalla stanza ascoltavi rapito quella musica struggente di “C’era una volta in America”, il film diretto da Sergio Leone e interpretato da Robert De Niro, Elizabeth McGovern e James Woods. È il 1984. Scorrono le scene di David “Noodles” Aaronson, i suoi amici e le loro vicissitudini tra Manhattan e e New York. Non esiste al mondo qualcosa di simile a quella nostalgia. Perché quella musica evoca immagini.

Non importa se ancora non sei venuto al mondo, se tu sei del 1975 e quel film storico diretto da Sergio Leone è del 1964: quel fischio inconfondibile ti resterà addosso, sotto pelle. Basterà solo un accenno alla colonna sonora e “Per un pugno di dollari” entrerà prepotentemente nella tua testa, ti verrà a cercare, da lì al resto dei tuoi giorni non ti lascerà più. “Perché – diceva lui – La musica esige che prima si guardi dentro se stessi, poi che si esprima quanto elaborato nella partitura e nell’esecuzione”.

Morricone ti costringe a guardare dentro te stesso e il film di Tornatore ti scava dentro. Quando i titoli di coda scorrono davanti ai tuoi occhi, li vedi lì tutti insieme tutti i suoi figli: “Il buono, il brutto e il cattivo“, “Uccellacci e Uccellini” , “C’era una volta il West“, “Novecento“, “Gli Intoccabili“, “Nuovo Cinema Paradiso“… “Nuovo Cinema Paradiso“… “Love Theme,” il tema d’amore, la mente vaga. Ogni musica, ogni nota, ti riporta a un profumo, a un’estate, a un paesaggio sconfinato bruciato dal sole, all’eclissi di luna. È la magia del cinema, quando nel buio della sala quella commistione indissolubile di immagini e suoni ti rapisce e ti porta lontano.

Così Ennio Morricone entra nella tua vita e non la lascia più. Da Gianni Morandi a Bruce Springsteen, da Clint Eastwood a Carlo Verdone, a Quentin Tarantino. Tutti concordi nel riconoscere che Morricone sia stato un precursore, “l’inventore di una nuova forma espressiva”. Nessuno più di lui ha sfidato le convenzioni per conquistare a pieno la sua indipendenza artistica e umana. Non si è arreso di fronte a quel bivio che lo pose di fronte a quella che all’inizio era sembrata una scelta necessaria tra la purezza musicale, quella che il suo maestro Goffredo Petrassi ricercava negli allievi, e quella prepotente forza creativa così fuori dagli schemi per quell’epoca e vissuta quasi come un senso di colpa da Ennio. Ma non si possono voltare le spalle alla libertà. E il vero artista è libero.

Eppure l’America non fu generosa con lui, fino a quando nel 2007 è costretta finalmente a inchinarsi di fronte al genio. Così Ennio Morricone stringe forte finalmente ciò che tante volte aveva appena sfiorato ma che da tempo ormai lontano gli spettava. Arriva l’Oscar alla carriera.

Difficile che qualcuno non conosca la sua storia. Per questo bisogna andare al cinema a vedere “Ennio: The Maestro”. di Giuseppe Tornatore. Non è solo la biografia di una leggenda, del compositore, direttore d’orchestra e arrangiatore, di uno dei più grandi compositori per il cinema di tutti i tempi. È un po’ come la Divina Commedia di Dante. Ennio ha raccontato in musica la storia di tutti noi.

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