Sassari degli antichi mestieri femminili

La fontana di Rosello

La fontana di Rosello
ph. Luciana Satta

di Luciana Satta

È il simbolo della città e dell’identità popolare sassarese. Un luogo da preservare che racconta un passato che esiste solo nella memoria. Dalla lunga rampa di scale settecentesca che fiancheggia la Chiesa della Santissima Trinità le donne scendevano in gruppo, intonando i canti popolari. Poi raggiungevano il Lavatoio, adiacente alla storica Fontana del Rosello, per raccogliere l’acqua con le brocche e per lavare i panni. Quello delle lavandaie (“labadóri”) non era un semplice e faticoso mestiere femminile, svolto dalle madri e dalle figlie, o dalle professioniste, spesso nubili o vedove, che venivano retribuite dai signori per fare il bucato. E la valle del Rosello era l’essenza dell’identità popolare. Era un luogo dove si instauravano relazioni sociali e dove, per tutto il Medioevo e i primi anni del Novecento, gli acquaioli, i trasportatori di acqua (“carraióri”) si ritrovavano per attingere l’acqua per poi trasportarla nelle case servendosi degli asini e di appositi contenitori detti “mizini”.

Veduta dal ponte di Rosello. Ph. Luciana Satta

Il Lavatoio è il simbolo della città di Sassari, insieme alla Fontana del Rosello. Si trovavano fuori dall’antica cerchia muraria della città. Oltre a rispondere alle esigenze di vita quotidiana, furono e restano opere monumentali di inestimabile valore e fascino.

Video Turismo Sassari

Della Fontana si ha testimonianza già nel 1295: negli Statuti sassaresi veniva chiamata Gurusele o Gurusello. È un monumento unico in Sardegna, costruito secondo lo stile tardo-rinascimentale, opera delle maestranze genovesi che lo realizzarono tra il 1603 e il 1606. L’acqua sgorga copiosa dalle dodici bocche (“cantaros”), otto maschere leonine e quattro teste di delfino, e dalle statue che rappresentano le quattro stagioni, collocate ai quattro angoli. Ercole con la pelle del leone, l’autunno, il vecchio che dorme, l’inverno, la fanciulla con una ghirlanda fiorita, la primavera, la donna con un fascio di spighe, l’estate. Insieme all’acqua erano l’espressione allegorica dello scorrere del tempo. In alto le torrette e i due arconi incrociati sulla Fontana sostengono la statua del martire turritano San Gavino a cavallo, copia dell’originale.

San Gavino a cavallo. Fontana di Rosello. ph. Luciana Satta

L’esistenza dell’antico Lavatoio è invece documentata in un’incisione del 1849. Si sviluppa in lunghezza ed è caratterizzato dalle due lunghe vasche con due canali ai lati, che fanno defluire l’acqua in un condotto scavato nella roccia. In passato la  copertura a capriate di legno non esisteva. Fu costruita nel 1905, per riparare le lavandaie dalle intemperie. Loro portavano i panni nelle ceste e, giunte al Lavatoio, passavano sui tessuti il detergente che un tempo veniva utilizzato per sgrassarli e disinfettarli, la lisciva, ricavato dalla cenere del camino. Altre volte, utilizzando grasso animale o vegetale, realizzavano il sapone.

Quindi strofinavano i panni e li battevano sulla pietra, li strizzavano aiutandosi a vicenda e li mettevano ad asciugare. Attraverso “li ciarameddi”(i pettegolezzi), le donne si raccontavano gli avvenimenti che coinvolgevano la comunità ma, soprattutto, trascorrevano il tempo in compagnia, alleviando così le fatiche di un lavoro molto duro.

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C’era una volta la nostra colonna sonora

“Ennio: The Maestro” di Giuseppe Tornatore

Quella musica che ti costringe a guardare dentro te stesso

di Luciana Satta

Un tuffo nella memoria. Immergersi in un mondo sconfinato che racconta di me, di te, di tutti noi. Quello che siamo stati, quello che siamo e chi saremo poi…

È la nostra infanzia, è quel film che sentivi in sottofondo quando gli adulti restavano ancora in piedi, a tarda sera, a guardare l’ultimo film alla televisione. E tu dalla stanza ascoltavi rapito quella musica struggente di “C’era una volta in America”, il film diretto da Sergio Leone e interpretato da Robert De Niro, Elizabeth McGovern e James Woods. È il 1984. Scorrono le scene di David “Noodles” Aaronson, i suoi amici e le loro vicissitudini tra Manhattan e e New York. Non esiste al mondo qualcosa di simile a quella nostalgia. Perché quella musica evoca immagini.

Non importa se ancora non sei venuto al mondo, se tu sei del 1975 e quel film storico diretto da Sergio Leone è del 1964: quel fischio inconfondibile ti resterà addosso, sotto pelle. Basterà solo un accenno alla colonna sonora e “Per un pugno di dollari” entrerà prepotentemente nella tua testa, ti verrà a cercare, da lì al resto dei tuoi giorni non ti lascerà più. “Perché – diceva lui – La musica esige che prima si guardi dentro se stessi, poi che si esprima quanto elaborato nella partitura e nell’esecuzione”.

Morricone ti costringe a guardare dentro te stesso e il film di Tornatore ti scava dentro. Quando i titoli di coda scorrono davanti ai tuoi occhi, li vedi lì tutti insieme tutti i suoi figli: “Il buono, il brutto e il cattivo“, “Uccellacci e Uccellini” , “C’era una volta il West“, “Novecento“, “Gli Intoccabili“, “Nuovo Cinema Paradiso“… “Nuovo Cinema Paradiso“… “Love Theme,” il tema d’amore, la mente vaga. Ogni musica, ogni nota, ti riporta a un profumo, a un’estate, a un paesaggio sconfinato bruciato dal sole, all’eclissi di luna. È la magia del cinema, quando nel buio della sala quella commistione indissolubile di immagini e suoni ti rapisce e ti porta lontano.

Così Ennio Morricone entra nella tua vita e non la lascia più. Da Gianni Morandi a Bruce Springsteen, da Clint Eastwood a Carlo Verdone, a Quentin Tarantino. Tutti concordi nel riconoscere che Morricone sia stato un precursore, “l’inventore di una nuova forma espressiva”. Nessuno più di lui ha sfidato le convenzioni per conquistare a pieno la sua indipendenza artistica e umana. Non si è arreso di fronte a quel bivio che lo pose di fronte a quella che all’inizio era sembrata una scelta necessaria tra la purezza musicale, quella che il suo maestro Goffredo Petrassi ricercava negli allievi, e quella prepotente forza creativa così fuori dagli schemi per quell’epoca e vissuta quasi come un senso di colpa da Ennio. Ma non si possono voltare le spalle alla libertà. E il vero artista è libero.

Eppure l’America non fu generosa con lui, fino a quando nel 2007 è costretta finalmente a inchinarsi di fronte al genio. Così Ennio Morricone stringe forte finalmente ciò che tante volte aveva appena sfiorato ma che da tempo ormai lontano gli spettava. Arriva l’Oscar alla carriera.

Difficile che qualcuno non conosca la sua storia. Per questo bisogna andare al cinema a vedere “Ennio: The Maestro”. di Giuseppe Tornatore. Non è solo la biografia di una leggenda, del compositore, direttore d’orchestra e arrangiatore, di uno dei più grandi compositori per il cinema di tutti i tempi. È un po’ come la Divina Commedia di Dante. Ennio ha raccontato in musica la storia di tutti noi.

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“A night at the Theatre”

La monografia di Vincenzo Cossu

destinata agli appassionati dei Queen (e non solo)

l’autore di “A night at the Theatre, Vincenzo Cossu – ph. Luciana Satta

di Luciana Satta

Un testo capace di gettare una luce totalmente inedita sulla storia e sul percorso di crescita estetica e musicale della rock band che più ha influenzato la cultura pop e la società di massa dell’ultimo mezzo secolo: i Queen. A Night at the Theatre, i Queen alla corte di Sua maestà il Cinema è la monografia scritta da Vincenzo Cossu, docente, scrittore, direttore di coro. L’opera è stata pubblicata dalla Casa editrice Arcana.

La copertina della monografia ” A night at the Theatre” di Vincenzo Cossu, con l’illustrazione realizzata da Antonio Lucchi

“La cosa più importante è vivere una vita favolosa, non importa quanto lunga, basta che sia favolosa”, diceva Freddie Mercury. A Zanzibar inizia la sua storia, a Londra si consacra il mito. Questo testo non si propone di raccontare una storia che tutti noi abbiamo già sentito. Mette in luce aspetti inediti molto interessanti per gli estimatori e per chi ha amato quella che è stata una vera e propria leggenda del rock.

“Il cinema, dunque, restituì alla band inglese il successo anche oltreoceano; tuttavia, mancava ancora qualcosa: una sorta di ammissione esplicita dei propri errori da parte della società statunitense. La Storia insegna che a volte bisogna aspettare parecchio prima che gli americani ammettano i propri errori e presentino “scuse ufficiali”; bisogna tuttavia riconoscere che, quando lo fanno, tendono a essere piuttosto chiari e a non lasciare spazio ad ambiguità. E che quella sera di febbraio del 2019 l’America intendesse pagare il suo debito con la band di Freddie è stato evidente sin dall’inizio: l’onore di aprire la cerimonia è toccato proprio ai Queen (+ Adam Lambert): il sipario del Dolby Theatre si è alzato e la band si è prodotta in un trascinante dittico con We Will Rock You e We Are the Champions; durante la performance molte delle star presenti in platea si sono entusiasticamente unite con la voce e con il corpo alla band. Nel corso della serata il film Bohemian Rhapsody ha fatto incetta di Oscar, al punto che, a fine cerimonia, risulterà il più premiato dell’edizione 2019, con ben quattro statuette. Ciliegina sulla torta, a vincere l’Oscar per la miglior canzone con il brano Shallow sarà Lady Gaga, la quale aveva più volte dichiarato di aver mutuato il suo nome d’arte proprio da una delle più celebri canzoni della band inglese: Radio Ga Ga. La cerimonia degli Oscar 2019 ha anche consacrato in via definitiva il legame indissolubile tra il mondo della settima arte e i Queen”.

Il video dell’intervista a Vincenzo Cossu (immagini di Cesare Donati, intervista di Luciana Satta)

La narrazione è ricca di ricordi,  testimonianze dirette, e tanti aneddoti, alcuni raccontati con grande ironia, come quella volta in cui Freddie Mercury e Freestone, suo assistente personale, si recarono al cinema per vedere il nuovo film di Spielberg, “I predatori dell’Arca Perduta”:

“Lui e Freestone si trovavano a New York e una sera decisero di recarsi in un cinema di Manhattan per vedere il nuovo film di Steven Spielberg: I predatori dell’arca perduta. La pellicola piacque al cantante, tuttavia il suo assistente ricorda che le cose che divertirono di più Freddie non furono quelle che accaddero sullo schermo, ma in sala: intanto le grida e il lancio di popcorn fra gli spettatori; e poi la bizzarra esclamazione di uno spettatore afroamericano: «Una mosca! Quel tipo si è ingoiato una mosca!». L’uomo, infatti, si era accorto che uno dei personaggi del film aveva ingoiato una mosca (una scena che Spielberg non aveva potuto o forse voluto tagliare dal montaggio finale). Mercury si sbellicò letteralmente dalle risate e poco importò se lui e Peter si persero alcuni dialoghi in questi frangenti movimentati: per il cantante fu comunque un’esperienza positiva”.

Freddie Mercury (ph. repertorio, dal web)

Arricchita dalle illustrazioni del celebre disegnatore Antonio Lucchi, “ A Night at the Theatre, i Queen alla corte di Sua maestà il Cinema di Vincenzo Cossu è un testo che fonde magistralmente musica, cinema, letteratura e arti figurative; una grande storia destinata agli appassionati dei Queen ma non solo: anche a tutti coloro che sono alla ricerca di uno strumento per comprendere la profondità dell’influenza che il cinema ha esercitato sulla musica e sulla cultura del XX e XXI secolo.

Nel video, realizzato dall’illustratore Antonio Lucchi, l’artista mostra le varie fasi di realizzazione del disegno della monografia di Vincenzo Cossu

La passione di Vincenzo Cossu per il cinema non è nuova. La raccolta, presentata come silloge inedita nel 2017 alla III edizione del Premio Internazionale Salvatore Quasimodo e insignita della menzione al merito, è la summa delle migliori liriche che Vincenzo Cossu ha composto fra il 2011 e il 2017 per l’omonimo spettacolo multimediale “Cineconcerto”, portato in scena attraverso le voci del suo coro, l’Insieme Vocale Nova Euphonia. In veste di poeta, dal 2006, ha ottenuto diversi riconoscimenti internazionali e pubblicato tre raccolte e alcune sillogi (senza contare le singole poesie inserite nelle antologie di prestigiosi premi internazionali come il Nosside, il Città di Sassari, il Molinello e il Salvatore Quasimodo).

Vincenzo Cossu. Tutte le foto sono di Luciana Satta

Vincenzo Cossu (ph. Luciana Satta)
“A night at the Theatre” di Vincenzo Cossu nella vetrina di una libreria italiana

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Lella Costa

Parole che parlano di donne

L’attrice Lella Costa

di Luciana Satta

Non dimentica mai le ragioni per vivere, il tema dell’identità e della memoria, la solidarietà verso gli altri popoli e lo dimostra con il suo costante impegno civile a favore, soprattutto, di Emergency. Ma Lella Costa, una delle attrici più caratteristiche della scena teatrale italiana, amata dalla critica e dal pubblico per la sua intelligenza e ironia, non dimentica mai, soprattutto, i diritti delle donne, sia sul palcoscenico sia nella vita. «Io sono la mia storia, la mia formazione – spiega – e sono arrivata tardi a fare questo mestiere, perché prima ho fatto il liceo, l’università, la politica. Questo è il mio bagaglio, il mio vissuto, che mi porto addosso e a cui non rinuncerei mai».

Ma ha avuto difficoltà all’inizio della sua carriera?

Come tutti… io ho avuto la grande fortuna di capire che volevo fare il teatro e lo spettacolo dal vivo, tra l’altro facendo l’autrice, quindi non mi sono messa nella competizione schiacciante, divorante dei provini, non ho mai cercato scritture televisive e nemmeno cinematografiche. Per una donna è comunque più faticoso. Io lavoro dall’inizio della mia carriera con una piccola agenzia che è anche la mia casa di produzione, che è di donne, oltretutto, e abbiamo cominciato con un piccolo spettacolo e piano piano siamo andate avanti.

Questo penso sia molto femminile: la capacità di unire concretezza e positività.

Quindi lei pensa che esista la solidarietà tra donne?

La misoginia è una delle armi preferite della cultura occidentale, non vedo perché noi dobbiamo praticarla. È vero che siamo comunque in una situazione di inferiorità, perché dobbiamo conquistarci maggiore credibilità, è ovvio… sono le cosiddette guerre tra poveri… tra noi donne viene incitata la competizione, che spesso sfocia in rivalità, in aggressività. È chiaro che non ritengo che l’appartenenza al genere femminile in sé sia un valore assoluto, però io tendo comunque a privilegiare le donne come interlocutrici e, soprattutto, a trovare le attenuanti, perché credo che per le donne sia comunque più difficile…

In uno dei suoi spettacoli, “Alice una meraviglia di Paese”, ci racconta di una bambina che si sente a disagio, che ha la sensazione di essere sempre o troppo grande, o troppo piccola, o troppo grassa, o troppo magra… sensazioni e timori che ogni ragazza, ogni donna, ha provato nella propria vita.

“O troppo alta, o troppo bassa,
le dici magra, si sente grassa,
son tutte bionde, lei è corvina,
vanno le brune, diventa albina.
Troppo educata! piaccion volgari!
Troppo scosciata per le comari!
Sei troppo colta e preparata,
intelligente e qualificata,
il maschio è fragile, non lo umiliare,
se sei più brava non lo ostentare!
Sei solo bella ma non sai far niente,
guarda che oggi l’uomo è esigente,
l’aspetto fisico più non gli basta,
cita Alberoni e butta la pasta.
Troppi labbroni, non vanno più!
Troppo quel seno, buttalo giù!
Sbianca la pelle, che sia di luna
Se non ti abbronzi, non sei nessuna!
L’estate prossima, con il cotone
tornan di moda i fianchi a pallone,
ma per l’inverno, la moda detta,
ci voglion forme da scolaretta.
Piedi piccini, occhi cangianti,
seni minuscoli, anzi, giganti!
Alice assaggia, pilucca, tracanna,
prima è due metri poi è una spanna
Alice pensa, poi si arrabatta,
niente da fare, è sempre inadatta
Alice morde, rosicchia, divora,
ma non si arrende, ci prova ancora.
Alice piange, trangugia, digiuna,
è tutte noi,
è se stessa, è nessuna”.

(Tratto dal monologo “Alice una meraviglia di Paese”)

Secondo lei perché le donne vivono questo senso di inadeguatezza?

Lella Costa in “Alice una meraviglia di Paese”

Io penso che si sia marciato su questa ruolizzazione di genere così pesante, proprio per mantenere la stabilità dell’ordine sociale. Le donne vengono costrette a un ruolo che prevede un adeguamento a determinati canoni. Mi vengono in mente, ad esempio, le pubblicità dei detersivi, in cui viene data un’immagine della donna agghiacciante. Sembrano delle pazze, con le croste sui fornelli che bisogna pulire e i bucati che devono essere sempre più bianchi e, ancora, mi ricordo che un po’ di anni fa c’era un uomo che invitava la signora di turno a fare, addirittura, una gita dentro le tovaglie… noi donne dobbiamo liberarci di tutto questo, credo che l’ironia e l’autoironia siano armi indispensabili, però se la competizione deve essere fatta sul bucato più bianco, su come cucini, su come sei fisicamente, è chiaro che ti senti perennemente inadeguata. Però c’è qualcuno che su nostre potenziali insicurezze ci marcia…

Per quanto riguarda la politica… qual è la sua posizione in merito alle quote rosa?

Le quote rosa non mi piacciono pazzamente, però ho anche visto e verificato che se le quote rosa non ci sono le donne spariscono dalle liste elettorali, per cui non bastano, non garantiscono, ma se non altro sono un inizio. Credo anche che una delle cose gravi della politica sia quella di usare le donne come schermo, cioè c’è l’obbligo delle quote rosa, allora noi le mettiamo in lista ma poi non vengono sostenute e, oltretutto, facendo ricadere ancora una volta la colpa su di noi dicendo che le donne non votano le donne. Non puoi per secoli essere trattata come una minusapiens, che sa fare niente, che deve chiedere la delega maschile, perché gli uomini sanno, e poi pretendere che le donne abbiano fiducia nelle altre donne sebbene siano regolarmente sminuite, prese in giro e ridicolizzate.

 “Alice” è anche il nome di tante giovani donne che sono «nate quando i loro genitori pensavano che il mondo si potesse cambiare»… lei pensa che ci sia stato un cambiamento riguardo alla parità uomo-donna, o pensa che il cambiamento sia solo apparente?

No, il cambiamento non è apparente, ci sono in corso provvedimenti legislativi importanti. Sicuramente, però, la parità non è stata conquistata del tutto e, soprattutto, non la vedo garantita. Credo che ci siano sempre in atto nei momenti di crisi economica, in questo caso planetaria, dei tentativi di rimandare, di rinchiudere in casa le donne. I segnali sono tanti: c’è meno occupazione? Si mandano a casa le donne, indipendentemente dalle competenze. È spaventoso. Queste sono emergenze fondamentali per la società intera.  Sono assolutamente convinta che maggiori diritti e maggiori tutele per le donne siano maggiori diritti e maggiori tutele per tutti. Chi lavora in Paesi più svantaggiati, per esempio in tante zone dell’Africa, dice: “mandare a scuola un bambino significa educare un bambino, educare una bambina significa educare una comunità”… questa è una forza delle donne innegabile. Penso quindi che la parità non sia stata raggiunta, che ci sia un percorso in atto e che mai come in questo momento si debba vigilare perché venga proseguito.

(***Ho visto tante volte Lella Costa a teatro e mi ha sempre affascinato la sua abilità nell’arte della parola. Questa intervista mi fu da lei rilasciata nel 2008. La ripubblico perché le sue parole sono di un’attualità sconcertante e ogni sua risposta è un insegnamento. La scrissi per il giornale on-line donnenews e resta un bellissimo ricordo per me di un’esperienza giornalistica che mi ha dato tanto, soprattutto per tutto ciò che mi ha trasmesso l’allora direttrice della rivista, Rosanna Romano, amica e professionista che considero mia maestra. Le foto sono tratte dal web, purtroppo dopo tanti anni ho perso le mie, n.d.r.).

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Una giornata a S’Aspru (Siligo)

Visita alla Comunità Mondo X di Padre Morittu

di Luciana Satta

Dammi ragioni per vivere”: è la disperazione e la sfida che sale dal mondo delle dipendenze. Mondo X, l’associazione fondata da Padre Salvatore Morittu, nasce come iniziativa dei Frati Minori Francescani di Sardegna e accoglie in Comunità tossicodipendenti e malati di AIDS.

«Mi sono laureato in teologia a Firenze nel 1970 – racconta –  e poi i frati mi hanno mandato a studiare al Pontificio Istituto Biblico di Gerusalemme. Rientrato in Italia, mi sono laureato in Psicologia all’Università statale La Sapienza di Roma. Dopo questa esperienza, nel 1978, sono ritornato in Sardegna e ho insegnato Psicologia all’Istituto Magistrale. Proprio in quell’anno il mio confratello francescano padre Eligio Gelmini, il fondatore di Mondo X, aveva incontrato tutti i responsabili nazionali dei frati per illustrare loro la nuova situazione. Disse: “Noi siamo di fronte alla più grande rivoluzione che possa essere mai avvenuta, quella della droga”. Non voleva che i frati perdessero il treno della storia, loro che vivono per i poveri, per gli emarginati, per coloro che fanno fatica a vivere. Ha sollecitato tutti responsabili nazionali a realizzare in ogni loro regione una Comunità con uno o due frati con la vocazione verso questo settore. Paradossalmente la prima che ha risposto è stata la Sardegna». Padre Morittu racconta così l’inizio della sua lunga storia, un percorso di formazione all’inizio travagliato, ma molto significativo. «C’era un responsabile illuminato, padre Dario Pili, il quale mi ha coinvolto. Io trovavo il percorso interessante, ma riconoscevo anche la mia inadeguatezza a lavorare in questo settore, per me del tutto nuovo. Padre Dario mi ha mandato prima in visita e poi a vivere per due mesi in una delle Comunità di padre Eligio, vicino a Milano. Lui è stato molto bravo, perché mi ha messo dentro la struttura come se fossi tossicodipendente, non mi ha fatto sconti rispetto al modo di vivere in Comunità. Dopodiché insieme al responsabile ritennero che ci fossero le condizioni per avviare anche una Comunità in Sardegna. Così è successo, il 26 gennaio 1980».

Il video dell’incontro con padre Morittu e Fra Stefano

«Hanno messo a disposizione – prosegue padre Morittu – il convento di San Mauro, a Cagliari, dotato di un grande orto anche se si trovava in città. Mi aiutavano due ex tossicodipendenti che padre Eligio aveva mandato dalla Lombardia e una suora, con esperienza in una Comunità in Lombardia. Poi sono arrivati i volontari. L’arrivo dei tossicodipendenti, che allora erano soprattutto eroinomani, avvenne subito dopo l’inaugurazione. Nessuno pensava – continua – che per uscire fuori dall’eroina bisognasse fare una vita quasi “monastica”, tra formazione e lavoro, regole e disciplina. All’inizio venivano e andavano via. Poi tutto ha iniziato a funzionare e si è formato un gruppo. Dopo due anni non ci stavamo più. Ho chiesto al vescovo di Sassari una grande casa abbandonata in campagna con dodici ettari di terreno e lui me l’ha data in uso, a Siligo, vicino a Sassari, in località S’Aspru. All’inizio la convivenza era difficile. Dopo un rodaggio di cinque mesi, tutto è andato molto bene. Lì, in quel contesto agropastorale, che io desideravo per la capacità terapeutica, la Comunità si è allargata. Siamo andati avanti affinando sempre più il nostro metodo». «Sono partito – spiega ancora – con il metodo di Mondo X di padre Eligio applicato nella Penisola ma, dopo un paio di anni, ho iniziato con una modalità di interagire tipica di noi sardi, che abbiamo maggiore sensibilità per gli aspetti affettivi, piuttosto che per quelli disciplinari.

Ma c’è una storia particolare di salvezza che Padre Morittu ricorda con affetto: «Un giudice mi aveva particolarmente sollecitato a prendere un minorenne tossicodipendente. Ho accondisceso alla proposta e mi sono fatto carico di questo minore nella comunità di Cagliari. Allora i giovani venivano spesso in Comunità in crisi di astinenza, dunque la prima settimana era la più difficile e io dormivo con loro in una camera a due letti. Questo ragazzo era, appunto, in crisi di astinenza, per cui la notte ho dormito in stanza con lui, ma poi mi sono addormentato. Mi sono svegliato e lui era andato via. Sono uscito a cercarlo ma non l’ho trovato. Le  volontarie sono riuscite invece a riportarlo nella struttura. Quando l’ho visto di fronte a me gli ho dato uno schiaffo. Ho alzato il dito e ho detto: “Ricordati che io sono tuo padre”. Questo ragazzo ha avuto un cedimento, come se fosse venuta meno quasi tutta la sua energia. In quel momento ho realizzato: mi sono ricordato che lui era orfano. Questo è stato proprio il mio battesimo nella paternità. Questo ragazzo poi ha continuato il suo percorso, ha superato la crisi di astinenza. Poi è diventato anche un bravo artigiano della pelle». 

Per quanto riguarda la diffusione della droga, secondo padre Morittu il fenomeno è  peggiorato negli ultimi anni, tra silenzio e indifferenza. «Ci sono famiglie che vivono dagli introiti della droga – dice –.  Inoltre si registra un peggioramento anche dal punto di vista delle sostanze, con una grande presenza di eroina, in aumento, il picco della cocaina, le droghe di sintesi come l’Ecstasy. Per non dimenticare la piaga dell’alcolismo giovanile e femminile e delle dipendenze senza sostanza, come la ludopatia. In Sardegna ad aggravare questo quadro – aggiunge – abbiamo le doppie diagnosi, ovvero la concomitanza tra dipendenza dalle sostanze o dipendenze comportamentali e i disturbi della personalità. Inoltre abbiamo il grave problema dei minori che non sanno ciò che consumano, non sanno ciò che spacciano e inoltre vogliono attribuirsi la riscossione dei soldi».

Su un altro tema importante, la diffusione dell’HIV, padre Morittu è chiaro: «Il fatto che esista la cura e che di questa malattia si muoia sempre meno, riduce la percezione di questo grave problema. Un elemento di rischio sono i rapporti sessuali precoci tra adolescenti. Molti di loro, solo se un giorno faranno l’esame all’HIV scopriranno di essere siero positivi. Questo è il rischio che si corre. Siamo veramente preoccupati di questa coltre di silenzio che c’è intorno all’AIDS». 

(n.d.r. *Articolo pubblicato nel 2019 sul settimanale “Libertà”, direttore Antonio Meloni.

Le foto e il video risalgono invece alla recente e intensa visita nella Comunità Mondo X, a S’Aspru (Siligo), il 10 dicembre 2021, esperienza che in qualità di docente di Lettere ho avuto l’onore e il piacere di fare con la mia classe 3 V dell’Istituto Agrario Pellegrini di Sassari.

Grazie di cuore a padre Salvatore Morittu, a Fra Stefano, ai loro ragazzi per l’accoglienza speciale e per avere condiviso le loro esperienze di vita, trasmettendo ai “miei ragazzi” tutto quello che non si può insegnare neanche attraverso mille lezioni!

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